PCI: Covid 19, tempo di bilanci, tempo di guardare avanti, di cambiare!

da PCI 

 

Covid 19: è tempo di bilanci, è tempo di guardare avanti, di cambiare!

Politiche liberiste e crisi del Servizio Sanitario Nazionale.

 

Il PCI è tra coloro che con più forza hanno denunciato il fatto che l’enorme prezzo in vite umane pagato dal nostro Paese nella lunga prima fase della pandemia da Covid 19 non è stato casuale, ma la diretta conseguenza della crisi del nostro Servizio Sanitario Nazionale: cioè frutto delle politiche succedutesi negli ultimi decenni all’insegna del liberismo, dell’austerità, degli interessi del capitale finanziario. Ed il PCI è tra coloro che hanno evidenziato la necessità di intervenire con decisione sul terreno del contenimento della diffusione della pandemia, della cura.

Ciò per tanta parte, come noto, non è accaduto: le misure adottate si sono rivelate confuse, contrastanti, largamente inadeguate, ed il Paese si è trovato a fare i conti una seconda e poi con una terza ondata di contagi.

Un disastro annunciato, la cui responsabilità va attribuita in egual misura al governo centrale ed ai vari governi regionali, accomunati dalla volontà di non rompere con la logica della regionalizzazione dell’organizzazione e gestione della sanità, della corsa alla privatizzazione del sistema.


Confusione e ritardi nella somministrazione dei vaccini. 

Successivamente l’attenzione si è giocoforza spostata sul terreno della somministrazione dei vaccini, finalmente disponibili, ed ancora una volta sono emersi i limiti del sistema.

Infatti, l’avere abbandonato la strada di un polo pubblico volto alla ricerca, alla produzione ed alla distribuzione degli stessi, come di altri farmaci e presidi medico sanitari, in ossequio alla logica del profitto, agli interessi delle multinazionali farmaceutiche ed al loro monopolio sui brevetti, ha esposto il nostro paese, e con esso l’intera Unione Europea, alla quale ne è stato delegato l’acquisto e la distribuzione, ad un ricatto inaccettabile.

Oltre ad una insufficiente trasparenza circa i termini degli accordi sottoscritti, ad una immotivata disparità di costi tra un vaccino e l’altro, ciò che si è determinato è stato un ritardo consistente nella   consegna degli stessi ai diversi stati, un prolungamento dei  tempi per il raggiungimento della “immunità di gregge” necessaria al superamento della pandemia, ed  a tanti paesi del mondo quei vaccini non sono ancora arrivati, evidenziando ancora una volta quanto il diritto alla salute continui ad essere subordinato alla ricchezza disponibile.


I vaccini, bene comune globale.

Il PCI, confermando che è il sistema a dovere essere ripensato alla radice, si è battuto, con altri, affinché i vaccini siano considerati un bene comune globale, che si superi la logica imperante dei brevetti, che la loro somministrazione sia gratuita ed a disposizione dell’intera umanità.

Per quanto concerne l’Italia abbiamo chiesto che il governo e le regioni si adoperassero al fine   di stringere i tempi della vaccinazione di massa, garantendone sempre e comunque la gratuità, utilizzando al riguardo, nel rispetto delle procedure, quanto necessario.

Abbiamo preso atto di quanto è avvenuto al riguardo nel passaggio dal governo Conte al governo Draghi e denunciamo i molti limiti che ancora permangono, soprattutto il fatto che il nostro Paese, come altri chiamato a fare i conti con la quarta ondata, caratterizzata dalle diverse varianti del virus, è ancora lontano dal raggiungimento della necessaria soglia di vaccinazione di massa.

L’introduzione, da parte del governo Draghi, del cosiddetto green pass, dichiaratamente volto a limitare la diffusione del virus e, soprattutto, ad incentivare la popolazione alla vaccinazione, ha posto e pone interrogativi, ad esempio in relazione agli ambiti di applicazione, alla sua gestione.

Di certo attorno ad esso, e più in generale alla questione dei vaccini, sono presenti nel Paese posizioni assai articolate, che in diversi casi sono certamente riconducibili alla scarsa informazione, alla confusione che attorno alla questione in oggetto si è generata, ma molto spesso riflettono una visione della quale va colta appieno la pericolosità.

Molte di esse sono infatti riconducibili al cosiddetto movimento no vax, presente anche prima della vicenda Covid 19, ed evidenziano innanzitutto un carattere reazionario, antiscientifico, che presta il fianco, quando non ne è diretta espressione, innanzitutto a quelle forze, prevalentemente di matrice neofascista, che coltivano disegni destabilizzanti e che già in passato si sono palesate.

Nessuna indulgenza può essere consentita al riguardo.

 

Per quanto concerne il PCI, qualora in tempi rapidi non si giunga alla soglia di vaccinazione di massa necessaria a relegare il Covid 19 a malattia endemica, è opportuno giungere all’obbligo vaccinale.

La tutela della salute, che nel caso della pandemia in atto è tutela della vita, deve venire prima di tutto.


Un piano pubblico per il diritto alla salute.    

Al di là della decisiva questione della vaccinazione, resta l’esigenza di una profonda riforma del Servizio Sanitario Nazionale, quella che noi ed altri abbiamo indicato con la campagna  “Riconquistiamo il diritto alla salute”.

Proposte chiare, fattibili, sostenibili, a sostegno della ridefinizione dell’assetto dei servizi di prevenzione, cura e riabilitazione, ospedalieri e territoriali, anche attraverso la riapertura di ospedali soppressi, la definizione di strutture ad hoc, attuando processi di re-internalizzazione, etc.

Ciò che serve, lo ribadiamo, è un vero e proprio piano che muova in tale direzione, un piano pubblico, per strutture pubbliche, che rompa con la logica del ricorso al privato parassitario di questi anni, i cui risultati fallimentari sono sotto gli occhi di tutti.

La sanità deve essere interamente pubblica.

Ciò che occorre affermare è un piano straordinario di stabilizzazione di tutto il personale precario e di assunzioni di almeno 40000 unità di personale medico, di almeno 80000 unità di personale  infermieristico, nonché di un congruo numero di personale ausiliario, con contratti  a tempo indeterminato, che passa attraverso la definizione di idonei percorsi formativi (che passa anche attraverso il superamento del numero chiuso all’università) ed una politica davvero volta a riconoscere  adeguatamente il lavoro svolto.


Le risorse ci sono!

Tutto ciò deve e può essere finanziato: le risorse ci sono.

Qui si colloca la questione del recovery fund, che a fronte di una disponibilità complessiva di 209 miliardi di euro, ne ha previsti soltanto 19 per la sanità, nonostante lo stesso governo uscente abbia a più riprese parlato di un fabbisogno complessivo di almeno 40 miliardi, nonché dello stesso recovery plan, che allo stato è orientato soprattutto al processo di digitalizzazione del sistema.

Una scelta, quella del mettere in campo tali risorse attraverso il ricorso al recovery fund, che rappresenta per tanta parte una operazione di indebitamento pubblico, che in prospettiva finirà con l’essere scaricato ancora una volta sulle masse popolari, sullo stesso sistema sanitario, scelta che abbiamo considerato sbagliata, indicando come possibile e necessaria alternativa una patrimoniale ad hoc sulle grandi ricchezze.

Ciò che serve, lo ribadiamo, è mettere in campo un’azione di lotta, ampia ed articolata, in grado di sostenere le proposte formulate per il rilancio del Servizio Sanitario Nazionale.

Essa è parte della necessaria opposizione al nascente governo Draghi, espressione delle élite economico-finanziarie che in Italia come in Europa portano la responsabilità del progressivo smantellamento del sistema di welfare, segnatamente del sistema sanitario.

È necessario tutelare la salute dei cittadini, riconquistare il diritto alla salute, affermare una sanità pubblica, universale, laica, gratuita.

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La Direzione Nazionale del Partito Comunista Italiano